IL PREMIO “PERSONAGGIO DELL’ANNO”CONFERITO A PAOLO ASCIERTO

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Napoli, 4 ottobre 2018 – Riconoscimento assegnato al Prof. Paolo Ascierto, Presidente della Fondazione Melanoma e Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto “Pascale” di Napoli. Il ricercatore napoletano ha vinto il “Premio Speciale Personaggio dell’anno 2018”, nell’ambito del “Premio letterario Leggi in salute Angelo Zanibelli”, giunto alla sesta edizione e consegnato recentemente a Roma presso la sede dell’Ambasciata di Francia in Italia (Palazzo Farnese). “Il prof. Ascierto – come evidenziano le motivazioni – si è distinto per il continuo impegno a favore del miglioramento dell’erogazione delle prestazioni sanitarie assistenziali di cura dei pazienti oncologici e per la sua continua dedizione al campo della ricerca nell’ambito delle neoplasie. Con questo riconoscimento tutti i membri della Giuria vorrebbero testimoniare e far conoscere a tutti il suo impegno e la sua tenacia, il suo esempio di voler continuare a credere nella ricerca e, soprattutto, nella ricerca italiana”. “Sono molto onorato di questo Premio che testimonia l’impegno del nostro team di ricerca al ‘Pascale’ – spiega il prof. Ascierto -. Il nostro Istituto rappresenta un punto di riferimento al livello mondiale. Guido una squadra molto valida, di cui sono orgoglioso, formata da cinque oncologi medici, quattro dermatologi, cinque biologi, cinque study coordinator, due data management che aiutano nella conduzione delle sperimentazioni cliniche e controllano che siano rispettati gli standard richiesti, e tre infermieri di ricerca. In 10 anni abbiamo condotto 104 sperimentazioni sul melanoma ed arruolati oltre 3000 pazienti. Questo riconoscimento ci spinge a impegnarci con ancora più forza e determinazione, i pazienti restano sempre al centro del nostro lavoro”.

Il Premio Zanibelli è un premio letterario dedicato alla salute, unico nel suo genere perché dedicato a chi affronta malattie, a chi le ha superate e a chi con le cure quotidiane aiuta un familiare o un amico a lottare giorno dopo giorno.

Tumori: in Italia sono 373mila i nuovi casi stimati nel 2018

Presentata al Ministero della Salute l’ottava edizione del volume sui numeri del cancro

i numeri del cancro

Roma, 27 settembre 2018 – Il tumore più frequente in Italia è diventato quello della mammella: nel 2018 sono stimati 52.800 nuovi casi (erano 51.000 nel 2017). Seguono il cancro del colon-retto (51.300, erano 53.000 nel 2017), che lo scorso anno era il più diagnosticato e del polmone (41.500, erano 41.800 nel 2017). Complessivamente, quest’anno nel nostro Paese sono stimati 373.300 nuovi casi di tumore (194.800 uomini e 178.500 donne), con un aumento, in termini assoluti, di 4.300 diagnosi rispetto al 2017. E quasi 3 milioni e quattrocentomila cittadini vivono dopo la scoperta della malattia (3.368.569, erano 2 milioni e 244 mila nel 2006), il 6% dell’intera popolazione: un dato in costante aumento. Ma le percentuali sulla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi fotografano un Paese spaccato in due: al Nord si registrano i tassi migliori, in particolare nelle prime tre posizioni si collocano Emilia-Romagna, Toscana (56% uomini e 65% donne in entrambe le Regioni) e Veneto (55% e 64%). In coda invece il Sud, con Sicilia (52% uomini e 60% donne), Sardegna (49% e 60%) e Campania (50% e 59%). Differenze che possono essere spiegate soprattutto con la scarsa adesione in queste aree ai programmi di screening che consentono di individuare la malattia in stadio iniziale, quando le possibilità di guarigione sono più alte, e con la preoccupante diffusione in queste Regioni di fattori di rischio come fumo, sedentarietà ed eccesso di peso. È questo il censimento ufficiale, giunto all’ottava edizione, che descrive l’universo cancro in tempo reale grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), di Fondazione AIOM e di PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) raccolto nel volume “I numeri del cancro in Italia 2018”, presentato oggi all’Auditorium del Ministero della Salute in un convegno nazionale (disponibile nella versione per operatori e in quella per pazienti e cittadini). “Nel nostro Paese ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi – afferma Stefania Gori, Presidente nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Negli uomini, continua il calo dei tumori del polmone e della prostata e nelle donne dell’utero e dell’ovaio. Nella popolazione generale, diminuiscono le neoplasie dello stomaco e del colon-retto. Crescono però quelle del pancreas, della tiroide e il melanoma, e, nelle donne, i tumori della mammella e del polmone, quest’ultimo per la sempre maggiore diffusione dell’abitudine al fumo nella popolazione femminile. L’ampliamento della popolazione target dello screening mammografico in alcune Regioni (tra cui Emilia-Romagna e Piemonte) spiega l’aumento significativo dell’incidenza del carcinoma della mammella nelle 45-49enni, dove peraltro la mortalità si abbassa dell’1%”. “I tumori non solo sono curabili ma anche guaribili, grazie a terapie sempre più efficaci e alle campagne di prevenzione – continua la Presidente Gori -. Infatti, il 27% dei pazienti vivi dopo la diagnosi torna ad avere (dopo un periodo di tempo diverso in base al tipo di tumore, al sesso, all’età di insorgenza) la stessa aspettativa di vita della popolazione generale: nel 2010 erano 704.648, nel 2018 sono 909.514, con un incremento del 29%”. “I pazienti oncologici sono i finali beneficiari del miglioramento sostanziale che le informazioni contenute in questo volume potranno generare, qualora adeguatamente utilizzate, in ambito di prevenzione, diagnosi e terapia dei tumori – spiega il Sottosegretario alla Salute, Armando Bartolazzi, nella Prefazione del libro -. Il fine ultimo di questo sforzo intellettuale è infatti quello di migliorare sempre più la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti oncologici. Allo stesso tempo le dettagliate informazioni riportate nel testo, gli indici epidemiologici relativi all’incidenza, alla prevalenza, alla percentuale di guarigione, ai confronti geografici nazionali, al monitoraggio delle campagne di screening e molti altri ancora, consentono di verificare l’adeguatezza e l’efficacia delle prestazioni erogate dal nostro Servizio Sanitario Nazionale in ambito oncologico, dalla prevenzione alla diagnosi precoce, alla cura. L’analisi conoscitiva dei dati epidemiologici riguardanti le neoplasie in Italia permette di pianificare su criteri oggettivi gli interventi di programmazione sanitaria da effettuare in ciascuna Regione”. I tumori colpiscono meno nel Meridione, infatti il tasso d’incidenza è più basso del 13% tra gli uomini e del 16% tra le donne al Sud rispetto al Nord. Le tre Regioni con il più alto numero di diagnosi stimate nel 2018 sono Lombardia (64.200), Lazio (33.850) e Veneto (31.850). “Le stime dei casi attesi sono importanti anche a livello regionale, perché i servizi diagnostici e terapeutici devono essere programmati su questi ordini di grandezza – afferma Lucia Mangone, presidente AIRTUM -. Oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Il nostro Paese, se valutato nel complesso, presenta un quadro di sopravvivenza pari o superiore alla media europea, ma, scendendo nel dettaglio regionale, la residenza diventa un determinante prognostico importante che indica una disomogeneità nell’accesso a programmi di diagnosi precoce e a cure di alta qualità, con una discriminazione dei cittadini del Meridione purtroppo ancora presente, sebbene la tendenza sia in miglioramento rispetto al passato”. Inoltre nel Sud, dove gli screening oncologici sono ancora poco diffusi, non si registra la riduzione della mortalità e dell’incidenza dei tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina, osservata invece nelle altre Regioni in cui l’adesione a questi programmi è più alta. Nel 2015 (ultimo anno disponibile) nel nostro Paese sono stati 178.232 i decessi attribuibili al cancro. La prima causa di morte oncologica è costituita dal carcinoma del polmone (33.836 decessi nel 2015), seguito dal colon-retto (18.935), mammella (12.381), pancreas (11.463) e fegato (9.675). Sull’esempio della scorsa edizione, il volume contiene approfondimenti sugli stili di vita, a sottolineare quanto le misure di prevenzione possano incidere sui numeri della malattia. Il fumo di sigaretta rappresenta il principale fattore di rischio. In Italia sono attribuibili a questa pericolosa abitudine ogni anno circa 93mila morti (il 14% di tutte le persone decedute) e le sigarette costituiscono la prima causa di perdita di anni di vita in buona salute. Il fumo di tabacco è fortemente associato ai tumori del polmone, del cavo orale e gola, esofago, pancreas, colon, vescica, prostata, rene, seno, ovaie e ad alcuni tipi di leucemie. Il 26% degli italiani fuma e le generazioni di giovani adulti sono le più esposte a questa pericolosa abitudine. Fra gli uomini, la quota maggiore di fumatori si registra fra i più giovani, con meno di 35 anni, più elevata fra i 25-34enni rispetto ai giovanissimi (18-24 anni). È proprio la diminuzione dei tabagisti in queste classi di età a determinare il calo complessivo dei fumatori in Italia. “Preoccupa però la situazione nel Meridione che vede un significativo aumento delle fumatrici fra le 25-34enni e una sostanziale stazionarietà di questa abitudine nelle nuove generazioni delle 18-24enni – sottolinea Maria Masocco, Responsabile Coordinamento Nazionale PASSI -. In generale, nelle giovani donne che vivono nelle Regioni del Sud si registra, negli ultimi anni, un preoccupante incremento di fumatrici tale da annullare il vantaggio storico, per bassa prevalenza di questa abitudine, rispetto alle donne delle Regioni del Centro-Nord. A questo quadro si aggiungono in queste aree le alte percentuali di altri fattori di rischio (sedentarietà ed eccesso di peso) e una bassa copertura degli screening oncologici per la diagnosi precoce dei tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina. Per questo è fondamentale investire in campagne di prevenzione”. Fra gli altri fattori di rischio, il 17% degli italiani consuma alcol in quantità o modalità di assunzione a maggior rischio per la salute, il 32,5% è sedentario e il 42,2% risulta in eccesso ponderale (il 31,7% è in sovrappeso e il 10,5% obeso). Al Centro-Sud la quota dei sedentari è significativamente più elevata e raggiuge il 50% in diverse Regioni (toccando il 71% in Basilicata). Inoltre la Campania continua a detenere il primato per la percentuale più alta di persone in eccesso ponderale (51%), seguita da Sicilia (48,1%), Molise (47,8%) e Puglia (45,5%) con valori non molto distanti.
“L’indagine sugli stili di vita è stata estesa anche alle persone che hanno ricevuto una diagnosi di tumore – conclude Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM -. Questi cittadini presentano alte percentuali di fattori di rischio legate ad abitudini non salutari, mai abbandonate, talvolta più elevate rispetto alle persone ‘sane’. Il 20% è fumatore abituale, l’11% fa un consumo di alcol rischioso per la salute ed è relativamente bassa la quota (14%) di coloro che consumano più di 5 porzioni di frutta e verdura. Inoltre il 38% è sedentario e il 15% è obeso, tassi maggiori rispetto alla popolazione libera da tumore. Fra i pazienti oncologici sono più frequenti le azioni di contrasto ai fattori aggravanti, anche se resta ancora troppo bassa la quota di persone che tentano di smettere di fumare (42%) o che seguono una dieta per perdere peso (30%). Per questo vanno promosse campagne di prevenzione per far comprendere a questi pazienti l’importanza degli stili di vita sani anche per impedire lo sviluppo di eventuali recidive”.

 

 

Tumore polmone: immunoterapia dimostra beneficio significativo in sopravvivenza globale in stadio III

 

Dati aggiornati confermano un miglioramento senza precedenti in termini di sopravvivenza libera da progressione di oltre 11 mesi

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Milano, 26 settembre 2018 – Sono stati presentati i dati di sopravvivenza globale (OS) dello studio di fase III PACIFIC con durvalumab durante il Presidential Symposium della 19aConferenza mondiale sul tumore del polmone dell’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC, Associazione internazionale per lo studio del tumore del polmone) a Toronto, in Canada. In contemporanea i risultati dello studio di fase III PACIFIC sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine e hanno indicato che durvalumab ha migliorato significativamente la sopravvivenza globale, uno dei due co-primary endpoint dello studio, rispetto allo standard di cura indipendentemente dall’espressione di PD-L1, riducendo il rischio di morte del 32% (HR 0,68; IC 99,73%: 0,47-0,997; p = 0,0025). L’altro co-primary endpoint, la sopravvivenza libera da progressione (PFS), è stato presentato a settembre 2017 in occasione del congresso ESMO (Società Europea di Oncologia Medica), dimostrando un vantaggio di oltre 11 mesi.

Il Professor Giorgio Scagliotti, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Università di Torino e Presidente dell’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC), ha dichiarato: “Questi risultati sono estremamente incoraggianti per i pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio III, non resecabile, che da 15 anni non avevano a disposizione nessuna nuova arma terapeutica, e confermano durvalumab quale prima immunoterapia a dimostrare un beneficio significativo di sopravvivenza globale”. 

Il Professor Umberto Ricardi, Direttore del Dipartimento di Oncologia della Città della Salute e della Scienza di Torino e Presidente ESTRO (European SocieTy for Radiotherapy and Oncology), ha commentato: “Durvalumab rappresenta indubbiamente un importante progresso nel trattamento di questi pazienti e supporta l’introduzione dell’immunoterapia come nuovo approccio terapeutico in grado di ottimizzare l’efficacia degli attuali standard di trattamento con chemio-radioterapia. Emerge inoltre il ruolo chiave del Team Multidisciplinare per l’adeguata selezione e per la corretta gestione dei pazienti con tumore polmonare localmente avanzato”.

 

Tumori: Breast Unit di Fondazione Poliambulanza ottiene la certificazione europea “Eusoma”

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Brescia, 3 luglio 2018 – La struttura, fondata nel 2012, ogni anno gestisce oltre 400 nuovi casi di donne colpite da tumore del seno provenienti da tutta la provincia bresciana e anche dai territori limitrofi. Di queste pazienti nel 2017 circa 370 sono state totalmente gestite all’interno del percorso istituzionale, una sessantina per patologie benigne. Si aggiungono poi altre donne che sono trattate per recidive o sottoposte a chemioterapia o radioterapia dopo interventi chirurgici effettuati altrove oppure che hanno effettuato solo l’intervento chirurgico nella nostra struttura. Grazie alla certificazione, della più prestigiosa Società Scientifica Europea in questo ambito, viene garantita la presenza di tutti i servizi necessari e la qualità delle prestazioni.
“La certificazione EUSOMA ottenuta è per noi motivo di grande soddisfazione poiché attesta il livello dell’assistenza che garantiamo alle nostre pazienti – afferma la dott.ssa Alessandra Huscher, coordinatrice della Breast Unit di Fondazione Poliambulanza -. In Italia sono, ad oggi, una ventina le Breast Unit accreditate da EUSOMA”.
All’interno della Breast Unit di Poliambulanza lavorano in modo integrato figure professionali diverse: radiologi, tecnici sanitari di radiologia medica dedicati, chirurghi senologi e chirurghi plastici, anatomopatologi, oncologi medici, radioterapisti oncologi, genetisti, medici nucleari, psicologi, fisiatri, fisioterapisti, infermieri con formazione specifica nonché personale dedicato alla raccolta e analisi dei dati clinici. Nel prossimo futuro è verosimile si aggiungano altre figure professionali. L’integrazione funzionale delle professionalità, secondo le modalità richieste per l’accreditamento, consente di garantire un percorso di cura di qualità, efficacia ed efficienza, elevate e misurabili.
“L’approccio multidisciplinare strutturato nell’Unità di patologia è scientificamente dimostrato essere il migliore nel trattamento del tumore della mammella – prosegue la dott.ssa Huscher -. Siamo di fronte a una patologia oncologica complessa, che colpisce una parte del corpo femminile estremamente significativa, e ha quindi necessità cliniche peculiari, oncologiche ma anche ricostruttive e riabilitative, che si associano ad aspetti psicologici delicati, in particolare nei casi in cui devono essere sottoposte a chirurgia demolitiva. Nella nostra Breast Unit per il trattamento ricostruttivo utilizziamo, in parte o totalmente, il tessuto adiposo (lipofilling) della paziente. Va comunque ricordato che esistono delle situazioni in cui non si può ricostruire l’organo per intero o non si può applicare questo tipo di ricostruzione. Quando indicata, anche se parziale, la ricostruzione con tessuto autologo ha dimostrati benefici clinici.”

 

Tumori: nuovo test per ‘fotografare’ le mutazioni del cancro

L’analisi del biomarcatore, al momento della diagnosi, permette di scegliere il trattamento più efficace

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Roma, 24 maggio 2018 – Una “fotografia” completa delle alterazioni molecolari del tumore. È il risultato che può essere raggiunto grazie a un nuovo biomarcatore, che misura il numero di mutazioni nel tumore. Si chiama Tumor Mutational Burden (TMB), cioè carico mutazionale del tumore, e rappresenta la nuova frontiera nella lotta contro la malattia, approfondita oggi in un incontro con i giornalisti a Roma. “Il TMB rientra nel concetto di medicina di precisione – spiega il prof. Nicola Normanno, Direttore del Dipartimento di Ricerca Traslazionale dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli -. È uno strumento prezioso perché può permettere di identificare i pazienti che potrebbero rispondere all’immunoterapia. Studi recenti infatti hanno dimostrato che questo tipo di trattamento è più efficace nei tumori caratterizzati da un alto numero di mutazioni”. Le neoplasie con un TMB elevato sono soprattutto quelle del polmone, della vescica, gastrointestinali e il melanoma.
La validità di questo nuovo biomarcatore è stata dimostrata nello studio di fase III CheckMate -227: i risultati iniziali – presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR) che si è svolto recentemente a Chicago – rappresentano, in particolare, un importante passo in avanti nel trattamento di prima linea del tumore del polmone non a piccole cellule. “I dati positivi di questo studio stabiliscono il potenziale di TMB come importante biomarcatore predittivo per la selezione dei pazienti candidabili al trattamento di combinazione con due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, nel tumore del polmone non a piccole cellule avanzato – afferma il prof. Federico Cappuzzo, Direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’Ausl Romagna -. L’Italia è uno dei Paesi che ha arruolato il maggior numeri di pazienti, 89 su un totale di 1.739. Il tasso di sopravvivenza libera da progressione a un anno era più del triplo con la combinazione (43%) rispetto alla chemioterapia (13%). Le risposte inoltre erano frequenti, profonde e durature, nei pazienti con alto TMB trattati con la combinazione di nivolumab e ipilimumab. Sono stati infatti registrati tassi di risposta globale pari a quasi il doppio (45,3%) rispetto alla chemioterapia (26,9%). Significativa anche la differenza della durata della risposta a un anno (68% rispetto al 25%). E va sottolineato che questi risultati sono indipendenti dall’espressione di un altro biomarcatore, PD-L1, e dall’istologia squamosa o non squamosa del tumore”. Il carcinoma del polmone nel 2017 ha fatto registrare nel nostro Paese 41.800 nuove diagnosi: il 60-70% è individuato in fase avanzata. “Ci stiamo avvicinando alla concreta possibilità di abbandonare la chemioterapia nel trattamento di molte persone, pari a circa il 40%, colpite da questa neoplasia in fase avanzata – continua il prof. Cappuzzo -. Si tratta di un grande vantaggio per questi pazienti. E nel prossimo futuro la collaborazione fra oncologi e anatomo-patologi, chiamati a identificare i biomarcatori, diventerà ancora più rilevante”. Quindi la strada da seguire è segnata: il farmaco giusto al paziente giusto. “I nostri obiettivi sono, da un lato, fornire la migliore terapia a ogni persona colpita da tumore, dall’altro utilizzare al meglio le risorse disponibili – spiega il prof. Michele Maio, Direttore del Centro di Immuno-Oncologia e dell’Unità Operativa Complessa di Immunoterapia Oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese -. Per raggiungere questi risultati, serve un biomarcatore ‘solido’ e TMB va proprio in questa direzione. Negli ultimi anni infatti molti studi hanno approfondito il ruolo di diversi biomarcatori, ad esempio di PD-L1, per valutarne l’espressione all’interno delle cellule tumorali o nel microambiente in cui il tumore vive. Però PD-L1 si è rivelato troppo debole per un utilizzo in maniera estesa per identificare i pazienti candidabili al trattamento immunoterapico: risente infatti delle modificazioni del microambiente tumorale e dell’eventuale presenza di molteplici fattori che ne regolano l’espressione. TMB invece si sta rivelando un biomarcatore molecolare ‘solido’, cioè analizzabile in maniera univoca, per questo è particolarmente affidabile”.
Il test del TMB ha ripercussioni molto importanti nella fase della diagnosi del tumore del polmone. “Per valutare il carico mutazionale è necessario analizzare un numero elevato di geni (da 300 a 500) – evidenzia il prof. Normanno -. In questo modo, possono emergere anche possibili alterazioni genetiche, decisive per le successive scelte terapeutiche. È opportuno quindi che questo test sia eseguito già al momento della diagnosi: così il clinico potrà disporre di una ‘fotografia’ molecolare completa per ogni paziente, per scegliere la migliore terapia nel singolo caso. E i ricercatori sono già al lavoro perchè in un futuro non troppo lontano il test possa essere effettuato tramite biopsia liquida. Si tratta di una prospettiva molto importante con chiari vantaggi per il paziente perché sarà sufficiente un semplice prelievo di sangue”. L’immunoterapia del cancro sta evidenziando risultati importanti quasi ogni giorno. “L’Italia ricopre un ruolo di primo piano in questo campo, sia nelle sperimentazioni profit che no profit – spiega il prof. Maio -. Ad esempio, stiamo conducendo studi su biomarcatori di tipo sia ‘statico’, da utilizzare cioè prima della terapia, che ‘farmacodinamico’, utili nelle prime fasi del trattamento per identificare i pazienti che ne trarranno i maggiori benefici in termini di aumento della sopravvivenza”.

 

WALCE: UN LIBRO PER PAZIENTI ONCOLOGICI ASPIRANTI GENITORI

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Torino, 23 maggio 2018 – Mettere la medicina narrativa al servizio degli italiani che vogliono diventare genitori anche se colpiti dal cancro. “Il libro è incentrato sul tema della gravidanza e della maternità nonostante la malattia oncologica – afferma la Prof.ssa Silvia Novello, Presidente di WALCE – Ogni anno nel nostro Paese più 5.000 donne in età fertile ricevono una diagnosi di tumore. L’evento, già di per sé traumatico, va quindi ad aggiungersi, per molte di loro, allo sconfortante pensiero di dover dire addio alla maternità. Anche se le cure sono sempre meno invasive alcuni trattamenti chemio e radioterapici possono determinare ricadute negative sulla fertilità. Ma dobbiamo ricordare che sottoporsi ad alcune terapie non comporta l’assoluta impossibilità di concepimento di un figlio. Vogliamo quindi, con questa nostra pubblicazione, aiutare a debellare alcuni luoghi comuni e fornire un utile strumento informativo e di supporto agli aspiranti genitori”.

Un Giorno Saprai è basato sull’adattamento di quattro storie realmente accadute che sono state trasformate in coinvolgenti racconti illustrati. Contiene poi un’appendice con approfondimenti medici e normativi sui temi della fertilità, della procreazione e dell’adozione in caso di malattia oncologica, a cura di medici e avvocati che collaborano con WALCE Onlus
“Sara, Sofia, Chiara e Manuela sono donne vere che hanno creduto nella forza della maternità nonostante la presenza, diretta o indiretta, del tumore nella propria vita – spiega l’autrice Manuela Jael Procaccia – Il libro raccoglie storie di donne e uomini che con coraggio hanno lottato per essere genitori, guardando oltre la malattia. Ognuno dei racconti offre un doppio punto di vista, quello della donna/mamma che ha scelto la genitorialità e quello del medico che l’ha affiancata in questo percorso e progetto di vita.”
“Un Giorno Saprai parla della vita che cambia e si rinnova anche di fronte a ostacoli e avversità e dell’incontro tra medici e donne vere e straordinarie. – aggiunge Patrizia Zerbi, editore e direttore editoriale Carthusia Edizioni – Storie di grande coraggio che raccntano come la vita continui anche attraverso la malattia, storie vere alle quali l’autrice ha dato grande forza narrativa e la brava illustratrice Monica Zani ha dato volto e forma con forti illustrazioni evocative”.
Solo nel 2017 il cancro ha fatto registrare nel nostro Paese oltre 369.000 nuovi casi. I tumori più “giovanili” e che colpiscono maggiormente gli under 50 sono, per gli uomini, testicolo, melanoma e il linfoma non-Hodgkin. Tra le donne, di pari età, invece le neoplasie più frequenti sono seno, tiroide e melanoma. “Si calcola che più del 60% dei pazienti riesce a sconfiggere la malattia e in totale siano oltre 3 milioni gli italiani che vivono con una diagnosi di tumore – sottolinea la prof.ssa Novello -. Siamo di fronte a numeri importanti e inimmaginabili solo 20 anni fa. Dimostrano in modo inequivocabile la grande efficienza che hanno raggiunto le cure oncologiche. Tuttavia molta strada resta ancora da percorrere soprattutto per quanto riguarda il trattamento di alcune neoplasie per le quali le percentuali di sopravvivenza restano basse. Una delle nuove sfide che vanno affrontate dal sistema sanitario nazionale riguarda l’assistenza alla persona dopo la malattia. In questo ambito rientra anche la tutela della fertilità. È fondamentale far conoscere per tempo a donne e uomini i possibili effetti negativi delle terapie sull’apparato riproduttore. Per questo abbiamo deciso di promuovere la pubblicazione e distribuzione del volume Un Giorno Saprai. Anche attraverso questi media tradizionali è possibile incrementare la consapevolezza degli italiani su un diritto importantissimo come quello di diventare genitori anche dopo il cancro”.

Il libro è scritto da Manuela Jael Procaccia e illustrato da Monica Zani, affermata illustratrice

 

Video intervista alla Prof.ssa Silvia Novello, Presidente di WALCE: Guarda

 

 

 

Tumore del pancreas: a Brescia la prima app per i pazienti

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Brescia, 6 marzo 2018 – VisioMedic e una guida per il paziente colpito da tumore del pancreas e l’obiettivo è aiutare chi si appresta a sottoporsi ad un complesso intervento chirurgico, spiegando nel dettaglio tutte le fasi, da prima del ricovero fino al ritorno a casa. E’ la prima app messa a punto per la Fondazione Poliambulanza di Brescia, polo ospedaliero di riferimento in Italia, dove vengono eseguite più di 50 resezioni pancreatiche l’anno. Grazie ad un avatar, Arianna, l’applicazione accompagna virtualmente il paziente e i suoi familiari attraverso tutte le fasi dell’intervento, fornendo informazioni sulla preparazione, sulla struttura ospedaliera, sull’operazione vera e propria e sulla gestione della vita quotidiana dopo la dimissione. Anima del progetto sono il dottor Edoardo Rosso, direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale e specialistica di chirurgia del pancreas e del fegato e il dottor Marco Garatti, responsabile dell’unità specialistica di chirurgia epatobiliopancreatica. “Abbiamo voluto fortemente questa app per il nostro ospedale – spiega il dottor Rosso – dobbiamo informare i pazienti e le loro famiglie non solo sulle più moderne tecniche chirurgiche, ma anche sul periodo precedente il ricovero e successivo all’intervento”.  “Un aiuto concreto per una neoplasia che nell’ultimo decennio, è cresciuta in modo vertiginoso: i casi di tumore al pancreas sono più che raddoppiati, passando da 144.859 del 2008 a circa 365.000 nel 2017 – sottolinea il dottor Alberto Zaniboni, direttore dell’Oncologia medica della Poliambulanza -. Un aumento preoccupante che non ha risparmiato l’Italia dove, nel giro di quindici anni, i casi sono aumentati del 59%: nel 2002 erano 8.602, nel 2017 sono stati 13.700. Avanti di questo passo, secondo le stime, nel 2020 nel mondo si conteranno 418.000 malati di tumore al pancreas”. Fumo, obesità, vita sedentaria ed età rappresentano i principali fattori di rischio di una neoplasia che, a livello globale, conta oggi circa 1.000 nuove diagnosi al giorno. Diagnosi che sconvolge il malato e la sua famiglia, disorientati di fronte a una patologia così importante e complessa. Proprio per questo la app rappresenta un concreto modo di venire incontro ai dubbi, paure, ansia, proponendo consigli pratici e spiegazioni comprensibili da tutti.  “Per la prima volta in Italia mettiamo a disposizione questa applicazione – sottolinea il dottor Alessandro Signorini, direttore generale di Poliambulanza – che rientra nel processo di digitalizzazione del percorso di cura e rivoluziona il rapporto fra paziente e struttura ospedaliera che Poliambulanza sviluppa da diversi anni in una logica Smart Hospital”.VisioMedic è scaricabile gratuitamente da Apple Store per i dispositivi iOS e da Google Play per gli utenti di Android, ed è accessibile al pubblico tramite username e password. Dopo aver eseguito l’autenticazione, è sufficiente muovere il device sopra la brochure fornita dalla struttura ospedaliera per attivare sia video e informazioni pratiche, ad esempio sulla dieta raccomandata e sui dettagli logistici, sia approfondimenti più complessi, relativi ad esempio alle funzionalità pancreatiche e ai dettagli dell’intervento vero e proprio.

 

 

Tumori: solo il 57% dei pazienti riferisce al medico i piccoli disturbi

Convegno di lancio della campagna sulla gestione integrata delle persone colpite da cancro

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Roma, 28 febbraio 2018 – Solo il 57% dei pazienti colpiti da cancro riferisce al medico i piccoli disturbi legati alla malattia o alle terapie, contro il 98% che affronta con l’oncologo gli effetti collaterali ritenuti rilevanti. Spossatezza, nervosismo, difficoltà ad addormentarsi, lieve dissenteria, mancanza di appetito, gonfiore e secchezza vaginale sono piccoli fastidi molto frequenti fra i pazienti oncologici italiani, che sembrano però restare nella terra di nessuno. Il 54%, infatti, ritiene che il medico di famiglia non sia un interlocutore adeguato sulle neoplasie e il 79% lamenta l’assenza di dialogo fra oncologi e medici del territorio. E solo il 9% si rivolge al farmacista di fiducia per avere consigli su come affrontare questi disturbi. È la fotografia che Fondazione AIOM e AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) hanno scattato con la prima fase del progetto nazionale “I nuovi bisogni del paziente oncologico e la sua qualità di vita”, presentato oggi al Senato in un convegno nazionale e realizzato con il contributo incondizionato di Bristol-Myers Squibb. “Nel nostro Paese – spiega Stefania Gori, presidente nazionale AIOM e direttore del dipartimento oncologico dell’Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria, Negrar-Verona – vivono più di 3 milioni e trecentomila persone dopo la diagnosi di tumore, una percentuale in costante aumento, addirittura il 24% in più rispetto al 2010. E la malattia sta diventando sempre più cronica grazie a armi efficaci come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare che si aggiungono a chirurgia, chemioterapia, ormonoterapia e radioterapia. Evidenti i risultati raggiunti in alcune delle neoplasie più frequenti: la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi raggiunge il 91% nel tumore della prostata, l’87% nel seno, il 79% nella vescica e il 65% nel colon-retto”. “Questi cittadini presentano nuovi bisogni, impensabili fino a dieci anni fa – aggiunge Fabrizio Nicolis, presidente di Fondazione AIOM – di fronte ai quali gli operatori sanitari sono spesso impreparati. Da un lato, gli specialisti raramente vengono coinvolti dai pazienti nella gestione di questi piccoli effetti collaterali, dall’altro ai medici di famiglia, come ai farmacisti, non vengono offerti gli strumenti necessari per fornire risposte adeguate. Con la conseguenza che i pazienti e i loro familiari si muovono troppo spesso in modo autonomo cercando soluzioni prive di basi scientifiche. Vogliamo invece creare una nuova alleanza fra oncologi, medici di famiglia e farmacisti per gestire e trasferire sul territorio la cura di questi aspetti. Per questo siamo partiti coi sondaggi e i focus con tutte le figure coinvolte, iniziando proprio dai pazienti: è il primo progetto di questo tipo in Italia che può portare ad un concreto miglioramento della qualità di vita dei malati e dei loro familiari, con un consistente risparmio per il sistema sanitario nazionale, grazie alla diminuzione di visite specialistiche, spesso non più necessarie, con la possibilità di liberare risorse per rendere disponibili le terapie innovative a tutti i malati in tempi brevi”.
L’82% degli oncologi dichiara di essere preparato nella gestione di queste problematiche. Però il 39% evidenzia la sottovalutazione da parte degli stessi clinici di questi disturbi, che per il 52% possono influenzare in senso negativo l’adesione ai trattamenti. “Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione delle persone colpite dal cancro su questi aspetti, come evidenziato dall’82% dei medici di famiglia e dall’89% degli oncologi – sottolinea Nicolis -. I pazienti rivolgono sempre più spesso domande sulla dieta da seguire, l’attività fisica che possono praticare e il senso di disagio psicologico con cui sono spesso costretti a convivere. Per questo è fondamentale migliorare il livello di consapevolezza di tutti gli attori coinvolti. Il nostro progetto vuole infatti creare rapporti di collaborazione strutturati e preferenziali fra centri oncologici, medicina del territorio, farmacisti che vadano oltre le visite di controllo successive alla fase acuta della malattia”. Il 93% dei medici di famiglia afferma, infatti, di non avere a disposizione un canale diretto (ad esempio un numero verde dedicato) che facili il dialogo con lo specialista. “Il 72% dei medici di medicina generale, su 1.500 assistiti, segue in media fra 50 e 100 pazienti oncologici – afferma Andrea Salvetti, responsabile oncologia della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale, presieduta da Claudio Cricelli) -. Una situazione impensabile solo dieci anni fa, quando questa percentuale era molto contenuta. Dopo la diagnosi, i pazienti o i familiari si recano dal medico di famiglia per informarlo della nuova condizione di malattia. Nel 75% dei casi chiedono dove rivolgersi e quale centro preferire. Il rimanente 25% ha già scelto il percorso di cura. Dopo questo primo momento della comunicazione della diagnosi, il medico di famiglia ha rapporti quasi saltuari con il malato, che è preso in carico dallo specialista. La relazione viene ristabilita quando il paziente torna a casa, una volta terminata la fase acuta della malattia. Un documento dettagliato del centro specialistico informa il medico di famiglia sulle terapie somministrate e sugli eventuali effetti collaterali. Questo report è fondamentale, perché negli ultimi anni sono state rese disponibili molte nuove molecole e non sempre le conosciamo. Infatti il 66% ritiene scarso il proprio livello di conoscenza delle terapie innovative”. La reciproca collaborazione nella gestione dei piccoli disturbi è considerata scarsa o sufficiente dal 76% degli oncologi e dal 73% dei medici di famiglia. “Molto è lasciato alle conoscenze personali del centro oncologico di riferimento della zona – sottolinea Salvetti -. Talvolta siamo costretti a comporre più volte il numero del centralino dell’ospedale, sperando di intercettare prima o poi un collega oncologo”.
“Lo specialista è il principale punto di riferimento nella gestione degli effetti collaterali – spiega Elisabetta Iannelli, vicepresidente Aimac (Associazione Italiana Malati di Cancro) e componente del CdA di Fondazione AIOM -. Spesso però il paziente, per timore o insicurezza, preferisce non parlare dei piccoli disturbi che non hanno rilevanza clinica determinante, ma sono in grado di peggiorare la qualità di vita e, oggi, non trovano capacità d’ascolto, giusta attenzione e adeguate risposte. Uno strumento che potrebbe facilitare la comunicazione di questi disturbi è costituito dai PRO-CTCAE (Patient Reported Outcomes – Common Terminology Criteria for Adverse Event): un questionario, utilizzato nelle ricerche cliniche negli USA e in altri Paesi (la versione italiana è stata validata lo scorso giugno), con cui il paziente segnala in autonomia e in maniera dettagliata gli effetti collaterali dei trattamenti anti-tumorali”.
Il 16% dei pazienti giudica “buona” la propria qualità di vita con le terapie, il 24% “abbastanza buona” e il 26% la ritiene “faticosa ma soddisfacente”. “Una maggiore attenzione ai disturbi leggeri come spossatezza, nervosismo o secchezza vaginale avrebbe un impatto sicuramente positivo sulla quotidianità – afferma Rita Vetere, vicepresidente di ‘Salute Donna Onlus’, associazione che fa parte del CdA di Fondazione AIOM -. Per cercare soluzioni, i pazienti ricorrono a internet: con continuità il 20%, spesso il 16%, qualche volta il 42%. Il rischio però è di incorrere in fonti non certificate e nei ciarlatani che sfruttano le difficoltà determinate da una diagnosi seria. Il passaggio della gestione di questi problemi al territorio può costituire un argine anche contro le cosiddette fake news”. “Il pieno ritorno a una vita come prima – spiega Claudia Santangelo, presidente di ‘Vivere Senza Stomaco (si può!)’ e componente del CdA di Fondazione AIOM – implica l’attenzione anche ai piccoli disturbi. Si è guariti quando vengono ripristinate le condizioni di vita presenti prima dell’insorgenza della malattia e se vi è il recupero della condizione di benessere fisico, psichico e sociale. Un percorso che inizia a partire dal momento in cui la persona entra nell’ospedale e che deve continuare sul territorio dopo la fase acuta della malattia”.
“Negli anni Settanta solo poco più del 30% delle persone colpite riusciva a sconfiggere il cancro – continua Alessandro Comandone, Direttore Oncologia Medica all’Ospedale Humanitas Gradenigo di Torino -, negli anni Novanta questa percentuale arrivava al 47%, oggi 6 persone su dieci sono vive a 5 anni dalla diagnosi e, quando non si arriva a guarigione, in molti casi è possibile convivere a lungo termine con la malattia con una buona qualità di vita. Quello che chiede il paziente, anche se guarito, è di continuare a mantenere i rapporti con il Centro Oncologico per far fronte ai molti problemi che si presentano pur a distanza di anni dalla fine della terapia. Ma il crescente numero dei malati e l’esiguo numero degli oncologi rendono molto difficile affrontare queste tematiche e garantire un appoggio costante. L’unica soluzione è di varare un piano nazionale sulla cronicità che, con collaborazioni multidisciplinari e con la stretta alleanza con le Associazioni dei Pazienti, possa affrontare i problemi della lungosopravvivenza e della cronicizzazione della malattia cancro. Solo in questo modo il malato o ex malato potrà essere accompagnato anche per anni dopo la fine dei trattamenti”.
Il progetto prevede anche il coinvolgimento delle farmacie, per facilitare una distribuzione capillare sul territorio degli attori in grado di supportare i malati. Oggi il 68% dei pazienti non li ritiene interlocutori affidabili per chiedere consigli su questi temi. “Il farmacista in farmacia non fa il medico, il suo ruolo è quello di traduttore di senso, deve spiegare le terapie non integrarle soprattutto in situazioni delicate tenute sotto controllo medico – conclude Paolo Vintani, vicepresidente Federfarma Milano -. Il 59% dei farmacisti dichiara di non sentirsi completamente pronto a consigliare al paziente il giusto percorso per risolvere i piccoli disturbi, soprattutto perché i farmaci oncologici non passano attraverso la farmacia e quindi non abbiamo occasione di conoscere le loro interazioni. Il 92% delle farmacie vorrebbe maggiori informazioni. La creazione di un percorso strutturato con gli oncologi e i medici di famiglia può creare le condizioni per una reale reintegrazione dei cittadini colpiti dal cancro nella società e nel mondo del lavoro”.

Ogni anno in italia oltre 6.000 casi di tumore provocati dall’hpv

Oncologi e Flavia Pennetta insieme: ‘il vaccino ti salva la vita’

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Roma, 5 febbraio 2018 – “Ogni venti secondi, nel mondo, un bambino muore per malattie per cui esiste un vaccino. E in Italia ogni anno, oltre 6mila uomini e donne vengono colpiti da un tumore provocato dal Papillomavirus. Se ami tuo figlio, lo vaccini”. E’ questo il messaggio che la grande tennista Flavia Pennetta lancia nello spot dell’AIOM, la Società Scientifica degli oncologi medici italiani, e che fa parte di una nuova campagna di sensibilizzazione alla vaccinazione per prevenire gravi malattie tra cui i tumori da Papillomavirus umano (HPV).  “Dobbiamo promuovere una maggiore cultura: più dell’8% di tutte le forme di cancro è riconducibile a virus e altri patogeni tra cui l’HPV – afferma il dott. Giordano Beretta, Presidente Eletto AIOM -. Si calcola che tre donne sessualmente attive su quattro contraggano il virus nel corso della vita. In Italia, la vaccinazione anti-Papillomavirus è gratuita per le 11enni fin dal 2007. Non solo le donne contraggono l’infezione: numerose patologie e tumori si registrano anche nell’uomo. Per questo, dal 2017 la vaccinazione anti HPV è offerta indistintamente a ragazze e ragazzi. Tuttavia, i dati rivelano livelli di adesione alla vaccinazione ancora lontani dall’obiettivo del 95% prefissato dal Ministero della Salute. Appena il 56% delle giovani nate nel 2003, il 72% delle nate nel 2000 e il 70% delle nate nel 1997 si sono regolarmente vaccinate. Stiamo dunque assistendo ad una preoccupante sottovalutazione di un’arma di prevenzione che invece potrebbe risparmiare ogni anno la sofferenza legata alla diagnosi di migliaia di tumori e altre patologie. In Italia il cancro alla cervice uterina, per esempio, viene diagnosticato ogni anno a circa 2.300 donne; oltre un migliaio sono i casi di tumore del distretto testa-collo, 300 le neoplasie alla vulva, 250 quelle del pene, oltre 260 quelle dell’ano, e più di 150 quelle della vagina. Con questa iniziativa vogliamo far capire agli italiani quanto sia importante avere a disposizione un’arma come il vaccino anti-Papillomavirus. Anche la vaccinazione contro l’epatite B riveste un ruolo importante nel prevenire l’insorgenza dell’epatocarcinoma, circa 13.000 casi nel 2017, con oltre 9.000 decessi. Vaccinarsi, contro le patologie per cui sia disponibile un vaccino, dovrebbe essere considerato uno stile di vita sano e anticancro esattamente come non fumare, limitare il consumo di alcol, mangiare tutti i giorni frutta o verdura o praticare regolarmente attività fisica. AIOM si sente quindi in dovere di promuovere la cultura delle vaccinazioni come tutela della salute pubblica e del benessere individuale”.

La campagna dell’AIOM gode del sostegno della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), della Societa’ Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SITI) e della Fondazione AIOM.

Oncologia di precisione: un’arma efficace contro i tumori

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Torino, 5 febbraio 2018 – Oggi sei persone su dieci sopravvivono al cancro e, quando non si arriva a guarigione, in molti casi è possibile convivere a lungo termine con la malattia con una buona qualità di vita. Il merito va attribuito ai progressi nella diagnosi precoce, alle campagne di prevenzione e all’innovazione nella ricerca contro i tumori. Proprio l’oncologia rappresenta l’area terapeutica in cui si concentrano maggiormente gli sforzi della ricerca farmaceutica: basti pensare che su oltre 7.000 molecole in sviluppo clinico, più di 1.800 appartengono all’area oncologica. “Alle sfide ed opportunità nel mercato farmaceutico nel prossimo triennio” è dedicato il convegno che svolge oggi a Torino. “La nuova frontiera nel trattamento del cancro è rappresentata dall’oncologia di precisione – spiega il prof. Giorgio Scagliotti, Direttore Oncologia Medica all’Università di Torino –. La prima ‘ondata’ è stata costituita dalle terapie a bersaglio molecolare che hanno cambiato l’aspettativa di vita in diverse neoplasie solide e in un considerevole numero di quelle ematologiche, ma che hanno anche mostrato limiti in termini di acquisizione di resistenza. Ad esempio nel tumore del polmone questi trattamenti riescono a controllare la malattia per un lungo periodo di tempo, però sono efficaci solo nei pazienti che presentano specifiche mutazioni genetiche: sono una minoranza, pari a circa il 15%, soprattutto non fumatori. La seconda ‘ondata’ dell’oncologia di precisione ha preso forma con l’immunoterapia che progressivamente ha dimostrato efficacia in diversi tipi di tumori solidi, a partire dal melanoma fino alle neoplasie del rene e del polmone, con importanti prospettive anche in quelle della vescica, del distretto testa collo, del fegato e del colon-retto. Il concetto di medicina di precisione dovrebbe essere applicato in modo ampio a qualsiasi tipo di approccio sistemico nella terapia dei tumori solidi. Queste innovazioni implicano costi sociali rilevanti e impongono con forza il tema della sostenibilità, nell’ambito di un servizio sanitario universalistico come il nostro che offre ogni attività diagnostica e terapeutica a titolo gratuito”. Da un lato vanno considerati i costi legati allo sviluppo di una nuova molecola, che oggi sono pari a più di 2,5 miliardi di dollari, cresciuti più di 13 volte negli ultimi 40 anni (sono soprattutto le fasi di sviluppo clinico ad assorbire più del 50% dell’intero costo di sviluppo del farmaco). Dall’altro vi sono i costi sociali: nel 2015 le uscite associate ai tumori in Italia sono state pari a 18,9 miliardi di euro, di cui il 57% rappresentato da costi diretti (che includono la spesa per assistenza primaria, ambulatoriale, ospedaliera, il pronto soccorso, il follow up e i farmaci) e il restante 43% da ricondurre a perdite di produttività (legate alla mortalità, disabilità e pensionamento anticipato). Non solo. I pazienti oncologici italiani attendono in media 806 giorni, cioè 2,2 anni, per accedere a un farmaco anti-cancro innovativo. È il tempo che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e l’effettiva disponibilità di una nuova terapia nella prima Regione italiana. Un termine che può dilatarsi fino a tre anni (1.074 giorni) se si considera l’ultima Regione in cui il farmaco viene messo a disposizione. “La sfida è individuare il giusto equilibrio fra immediata disponibilità delle terapie anti-cancro innovative e sostenibilità del sistema sanitario – sottolinea il prof. Scagliotti -. Va affrontato il grave problema dei tempi di accesso a questi trattamenti nelle diverse regioni del nostro Paese. Il ridimensionamento dei prontuari terapeutici regionali potrebbe essere la via da seguire, perché l’inserimento delle nuove terapie in questi elenchi implica inevitabili e inutili tempi di attesa a danno dei pazienti. L’aumento del Fondo sanitario nazionale per garantire la sostenibilità è una ‘soluzione tampone’ che non può essere applicata a lungo termine. Va creato un tavolo di lavoro che includa i diversi attori coinvolti: agenzia regolatoria, industria, società scientifiche, accademia e pazienti. L’obiettivo è ridefinire il concetto di innovazione: non può essere considerato innovativo un farmaco reso disponibile 3 o 4 anni dopo la prima terapia commercializzata in quella specifica classe terapeutica. Bisogna ragionare in termini di costo e di efficacia delle terapie. Vanno fissate regole nuove rispetto a 10 anni fa”.